KARL MARX.
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DISCORSO SUL LIBERO SCAMBIO.
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1894. Uffici della Critica Sociale, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Catia Righi per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber". www.liberliber.it.
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PROEMIO. DI FEDERICO ENGELS.
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Verso la fine del 1847 veniva convocato a Bruxelles un Congresso di libero-scambisti. Era una manifestazione di quella campagna per il libero scambio che si faceva allora dagli industriali inglesi. Vittoriosi in patria per la revoca della legge sui cereali nel 1846, essi passavano sul continente chiedendovi il libero accesso dei prodotti delle manifatture inglesi, in cambio del varco aperto in Inghilterra ai cereali del continente. A quel Congresso Marx si era inscritto fra gli oratori ma, come era da attendersi, le cose vennero condotte per guisa che il Congresso si chiudesse prima del suo turno. Cos quel che aveva da dire, dovette esporlo invece all'Associazione democratica internazionale di Bruxelles, di cui era fra i vicepresidenti.
Essendo oggi la questione del libero scambio e del protezionismo all'ordine del giorno, si credette utile pubblicare una versione del discorso di Marx, e me ne  chiesto un proemio.
"Il sistema protezionista, dice Marx(2), fu un mezzo artificiale per fabbricare industriali, per espropriare i lavoratori indipendenti, per capitalizzare gli strumenti nazionali di produzione e di sussistenza e per abbreviare colla forza il passaggio dalla forma medievale di produzione alla odierna." Tale fu il protezionismo al suo sorgere nel secolo diciassettesimo e tale  rimasto ben innanzi nel diciannovesimo. Esso venne elevato a regola di ogni Stato civile nell'occidente d'Europa. Sole eccezioni i piccoli Stati della Germania e la Svizzera - non perch dissentissero, ma per la impossibilit di applicare il sistema nei loro minuscoli territor.
Fu sotto le materne ali del protezionismo che la moderna industria meccanica, a base di vapore, sorse in Inghilterra e si svilupp durante gli ultimi trent'anni del secolo diciottesimo. E, quasi la protezione delle tariffe non bastasse, le guerre contro la Rivoluzione francese contribuirono ad assicurare all'Inghilterra il monopolio dei nuovi sistemi industriali. Per pi di vent'anni, vascelli da guerra inglesi tennero lontano i produttori rivali dell'Inghilterra dai rispettivi mercati nelle colonie, aprendoli a forza al commercio inglese. La secessione delle colonie sud-americane dall'egemonia delle madri patrie europee, la conquista inglese di tutte le principali colonie francesi ed olandesi, l'assoggettamento progressivo dell'India, trasformarono gli abitanti di quegli immensi territori in consumatori di prodotti inglesi. L'Inghilterra cos associava il protezionismo all'interno col libero scambio imposto ai consumatori dell'estero; e, grazie a questo felice connubio dei due sistemi, finite nel 1815 le guerre, essa ebbe virtualmente conquistato il monopolio del commercio mondiale per tutte le industrie pi importanti.
Questo suo monopolio si estese e rafforz nei successivi anni di pace. Il suo slancio era aumentato di anno in anno. I possibili rivali erano lasciati sempre pi addietro. Ormai la sempre crescente esportazione di manifatture divenne per l'Inghilterra una vera questione di vita o di morte. Due soli ostacoli aveva di fronte: le leggi proibitive o protettive di altri paesi e le imposte gravanti la importazione delle materie gregge e dei generi alimentari in Inghilterra.
Allora divennero popolari nella patria di John Bull le dottrine libero-scambiste della economia politica classica - dei fisiocratici francesi e dei loro successori d'Inghilterra, Adamo Smith e Ricardo. Il protezionismo in paese tornava inutile a industriali che vincevano tutti i loro rivali dell'estero e la cui esistenza stessa dipendeva dall'espandersi della loro esportazione. Il protezionismo non giovava che ai produttori di generi alimentari e di materie gregge, agli interessi agricoli, ossia, data l'Inghilterra d'allora, ai percettori di rendita, all'aristocrazia fondiaria. E questa specie di protezionismo era perniciosa agli industriali. Gravando d'imposte le materie prime si aumentava il prezzo dei prodotti manufatti, imponendo i generi alimentari si elevava il Prezzo della mano d'opera; e in ambo i casi l'industriale inglese soffriva uno svantaggio di fronte al suo competitore dell'estero. E siccome tutti gli altri paesi mandavano in Inghilterra principalmente prodotti agricoli, e prendevano dall'Inghilterra prodotti industriali, abolire i dazi protettori inglesi sui cereali e sulle materie prime era nello stesso tempo un far appello agli altri paesi perch togliessero, o almeno riducessero, in compenso, i dazi d'importazione sui prodotti industriali inglesi.
Dopo una lunga e violenta lotta, i capitalisti dell'industria che erano gi in Inghilterra la classe dirigente e prevalente, riuscirono vincitori. L'aristocrazia fondiaria pieg. I dazi sui cereali ed altre materie prime vennero soppressi. Il libero scambio divenne la parola d'ordine del giorno. Convertire tutti gli altri paesi al vangelo del libero scambio, e cos creare un mondo nel quale l'Inghilterra fosse il gran centro manifatturiero, e gli altri paesi ne fossero dipendenze agricole: ecco il nuovo problema per gli industriali inglesi o pei loro interpreti, gli economisti.
Fu questa l'epoca del Congresso di Bruxelles e del discorso di Marx. Pur riconoscendo che il protezionismo pu, in date circostanze (per esempio nella Germania del 1847), vantaggiare gli industriali, e che il libero scambio non  la panacea dei mali dei lavoratori e pu anzi aggravarli; Marx si pronuncia per principio ed in conclusione in favore del libero scambio.
Per lui il libero scambio  la condizione normale della odierna produzione capitalistica. Solo con esso ha pieno sfogo l'immensa energia produttiva del vapore, dell'elettricit, delle macchine, al cui pi rapido sviluppo si accompagnano, conseguenze inevitabili: lo scindersi della societ in due classi, capitalisti e salariati; ricchezza ereditaria ed ereditaria povert; l'eccesso di produzione in rapporto al bisogno dei mercati; la assidua vicenda di prosperit, sovrabbondanza, crisi, panico, depressione cronica, indi graduale ma effimero rialzarsi del commercio, per metter capo di nuovo alla crisi di sovraproduzione; in breve, l'espandersi delle forze produttive fino a ribellarsi alle catene di quegli stessi istituti sociali onde ricevettero l'impulso: unica soluzione una rivoluzione sociale, liberatrice delle forze produttive dalle pastoie di un ordine sociale antiquato, liberatrice dei produttori attuali, la grande maggioranza della popolazione, dalla schiavit del salario. E poich il libero scambio  l'atmosfera naturale per questa evoluzione storica, l'ambiente economico ad essa pi propizio - per ci, e soltanto per ci, Marx si dichiar in favore del libero scambio.
Ad ogni modo gli anni immediatamente successivi al trionfo del libero scambio in Inghilterra sembrarono cresimare le previsioni dei suoi pi ottimisti fautori.
Il commercio inglese tocc cifre favolose, il monopolio dell'industria inglese sul mercato mondiale sembr pi che mai consolidato, spuntarono a centinaia ferriere e tessiture, dappertutto nuove industrie allignarono. Una seria crisi scoppi nel 1857, ma fu superata, e il progresso dell'industria e del commercio si riacceler fino al nuovo panico del 1866, un panico destinato pare, a far epoca nella storia economica del mondo.
L'espansione senza esempio della industria e del commercio inglese fra il 1848 ed il 1866 era dovuta principalmente all'abolizione dei dazi di protezione sui generi alimentari e sulle materie prime. Ma non solo a questo. Altri gravi fenomeni concorsero. Fu in quel torno la scoperta e l'esercizio dei campi d'oro d'Australia e di California, che moltiplicarono il numerario; il trionfo del vapore come mezzo di trasporto, dei piroscafi sui velieri, delle ferrovie sulle strade comuni fece i trasporti quattro volte pi rapidi e quattro volte meno costosi. Qual maraviglia che, in condizioni cos favorevoli, le fabbriche inglesi animate dal vapore si estendessero a spese delle industrie casalinghe straniere fondate sul lavoro a mano? Ma potevan le altre nazioni starsene chete a una riforma che le umiliava a semplici appendici agricole dell'Inghilterra, "l'officina del mondo"?
Non potevano. La Francia da quasi due secoli riparava le sue manifatture dietro una vera muraglia della China di protezionismo e proibizionismo ed aveva raggiunto in tutti gli articoli di lusso e di gusto una supremazia che l'Inghilterra non pretendeva neppure di disputarle. La Svizzera, sotto un regime di perfetto libero scambio, possedeva manifatture relativamente importanti cui la concorrenza inglese non poteva toccare. La Germania, con una tariffa assai pi liberale di quella di ogni altro grande paese del continente, andava sviluppando i propri opifici con una celerit relativamente ancora maggiore dell'Inghilterra. E l'America, ridotta dalla guerra civile del 1861 alle sole proprie risorse, doveva far fronte ad un subitaneo bisogno di manifatture d'ogni specie, n il poteva se non creando opifici propri nel paese. I bisogni sorti colla guerra, colla guerra cessarono; ma i nuovi opific rimasero e dovettero affrontare la concorrenza britannica. Inoltre la guerra aveva maturato in America il pensiero che una popolazione di 35 milioni, raddoppiante in quarant'anni al pi, ricchissima di risorse e attorniata da vicini quasi unicamente agricoltori, era "manifestamente destinata" a diventare indipendente, s in pace che in guerra, dall'industria straniera per i principali suoi consumi. Ed allora l'America divent protezionista.
Saranno ora quindici anni, io viaggiai in ferrovia con un avveduto commerciante (credo in ferro) di Glasgow, che, parlando dell'America, mi ammanniva i vecchi ritornelli libero-scambisti: "Non era egli assurdo che negoziatori scaltri, come gli americani, si addossassero tributi per arricchire industriali e padroni di ferriere indigeni, mentre qui da noi trovavano la stessa od anche una miglior merce a tanto minor prezzo?" E citava esempi, calcolando le cifre dello sperpero.
"Credo" - risposi - "che la questione abbia un altro lato. Sapete che in carboni, forze idrauliche, minerali d'ogni genere, alimenti a buon mercato, cotoni indigeni ed altre materie prime, l'America ha risorse che nessun paese d'Europa eguaglia; e che non possono svolgersi appieno finch l'America non diventi paese industriale. Ammetterete anche, che oggi una cos grande nazione non saprebbe essere esclusivamente agricola; ci equivarrebbe a murarsi nella inferiorit e nella barbarie; nessuna grande nazione pu vivere oggi senza opifici propri. Ora, se l'America deve diventare nazione industriale, e tutto fa credere che essa non solo vi riesca, ma possa scavalcare i suoi rivali, non ha che due vie; o continuare, poniamo per cinquant'anni, col libero scambio una costosissima guerra di concorrenza contro opifici inglesi che hanno circa un secolo di vantaggio, oppure escludere merc daz protettivi le manifatture inglesi, poniamo per venticinque anni, colla certezza quasi assoluta che alla fine dei venticinque anni essa potr reggersi nel mercato aperto del mondo. Quale delle due vie sar meno lunga e meno costosa? Ecco il quesito. Se partite da Glasgow per Londra potete prendere il treno omnibus a due soldi per miglio o percorrere dodici miglia all'ora. Ma voi, no: il vostro tempo ha troppo valore e voi prendete il diretto, pagate quattro soldi per miglio e ne fate quaranta all'ora. Benissimo; gli americani preferiscono pagare la tariffa del diretto e andare colla velocit del diretto." Il mio scozzese libero scambista non ribatt verbo.
Il protezionismo, essendo un sistema artificiale per fabbricare industriali, pu dunque sembrar utile non solo ad una classe capitalista tuttora in via di sviluppo ed in lotta col feudalismo, ma eziandio alla classe capitalista nascente d'un paese che, come l'America, non ha mai conosciuto il feudalismo ma che tocca quella fase di evoluzione che impone il passaggio dalla agricoltura alla industria. L'America, in queste condizioni, si decise per il protezionismo. Da quel giorno i venticinque anni, di cui io parlavo col mio compagno di viaggio, sono supergi trascorsi e, se io non calcolavo male, il protezionismo dovrebbe ormai aver fatto il suo ufficio a pro dell'America e starebbe ora per divenirle un imbarazzo.
Da qualche tempo questa  la mia opinione. Circa due anni fa dicevo ad un americano protezionista: "Sono convinto che, se l'America inaugura il libero scambio, fra dieci anni avr battuto l'Inghilterra sul mercato mondiale."
Il protezionismo , nella migliore ipotesi, una vite senza fine, e non si sa mai quando sbarazzarsene. Proteggendo un'industria, direttamente o indirettamente danneggiate tutte le altre e quindi dovrete proteggere anche queste. Ma in tal modo danneggiate a sua volta l'industria che avete protetta per la prima e siete tenuti a compensarla: ma questo compenso reagisce come prima su tutti gli altri commerci, onde spetta a questi un compenso, e cosi via all'infinito. L'America sotto questo riguardo ci offre un esempio appropriatissimo del miglior modo di uccidere un'industria importante col protezionismo. Nel 1856 il totale delle importazioni e delle esportazioni per mare degli Stati Uniti ammontava a 641.604.850 dollari; di questa somma, il 75,2 per cento venne trasportati su navi americane e solamente il 24,8 per cento su navi forestiere. Gi, i piroscafi inglesi vincevano i velieri americani; tuttavia, nel 1860, di un traffico marittimo in totale di 762.288.550 dollari, ancora il 66,5 per cento si esercitava da navi americane.
Sopraggiunta la guerra civile e introdotto il protezionismo per le costruzioni navali americane, ne segu la quasi completa scomparsa della bandiera americana, dai mari. Nel 1887 il commercio marittimo degli Stati Uniti ammontava nel suo insieme a 1.408.502.979 dollari, ma di questa cifra il solo 13,80 per cento veniva effettuato con navi americane, e l'86,20 per cento con legni d'altre nazioni. Le merci trasportate da battelli americani sommavano, nel 1856, a dollari 482.268.274; nel 1860 a dollari 507.247.757. Nel 1887 si scese a 194.356.746 dollari.(3) Quarant'anni fa la bandiera americana sfidava sugli oceani la bandiera inglese; ora non la si vede in nessun luogo. La protezione ai cantieri uccise navi e costruttori.
Altro punto. I perfezionamenti nei metodi di produzione si seguono oggi cos rapidi e rivoluzionano per modo le industrie, che quella che era ieri una ben calcolata tariffa protezionista, oggi non lo  pi. Prendiamo un altro esempio dalla Relazione del segretario del Tesoro americano per il 1887:
"I perfezionamenti di questi ultimi anni nelle macchine per la lavorazione delle lane mutarono talmente il genere dei cos detti tessuti pettinati, che questi ultimi hanno largamente sostituito i tessuti lisci (cheviots) per la confezione di vestiti da uomo. Questo mutamento.... danneggi moltissimo le nostre manifatture nazionali di tessuti pettinati, perch il dazio sulla lana che essi impiegano  identico a quello sulla lana adoperata pei tessuti lisci; ora, mentre il dazio imposto a questi ultimi, commisurato a un prezzo non superiore a 80 soldi(4) per libbra,  di 35 soldi per libbra e del 35 per cento ad valorem, il dazio sui tessuti pettinati sempre commisurato ad un prezzo non superiore agli 80 soldi per libbra,  di 10 a 24 soldi per libbra, pi il 35 per cento ad valorem. In alcuni casi il dazio sulla lana che si impiega nei tessuti pettinati eccede il dazio imposto sull'articolo finito." Cosicch ci che ieri era una protezione per l'industria nazionale, si risolve oggi in un premio per l'importatore estero; e d modo al segretario del Tesoro di dire: "V' ragione di credere che la manifattura dei tessuti pettinati dovr presto cessare in questo paese se non sar emendata la tariffa" (pag. 19). Ma per correggerla, voi avrete da combattere i fabbricanti di tessuti lisci, cui giova questo stato di cose; voi dovrete iniziare una campagna regolare per convertire alle idee vostre la maggioranza di entrambe le Camere, ed eventualmente anche la pubblica opinione: ne varr la pena?
Ma il peggio del protezionismo  che, una volta introdotto, non vi  facile sbarazzarvene. Se un'equa tariffa  difficile da combinare, il ritorno al libero scambio  immensamente pi difficile. Le circostanze, che all'Inghilterra permisero il cambiamento in pochi anni, non si rinnoveranno. E anche l la lotta, cominciata dal 1823 (Huskisson), non incontr qualche successo che nel 1842 (tariffe di Peel) e continu per anni dopo abolito il dazio sui cereali. Cos la protezione dei prodotti serici (i soli che temessero ancora la concorrenza estera) venne prolungata per una serie di anni o con modi veramente indegni; mentre le altre industrie tessili subirono il Factory Act, che limitava le ore di lavoro per le donne, per i giovani e per i ragazzi, la industria della seta venne favorita con rilevanti privilegi, autorizzandola all'impiego di teneri fanciulli e per pi ore che nelle altre industrie tessili. Il monopolio, che gli ipocriti libero-scambisti abolivano rispetto ai concorrenti dell'estero, lo ricostituivano a spese della salute e della vita di fanciulli inglesi.
Ma nessun paese potr attendere, per tornare al libero scambio, il tempo felice in cui tutte o quasi le sue industrie sfideranno la concorrenza estera in mercato aperto. La necessit del cambiamento si far sentire assai prima, or in questo or in quel commercio, e dal conflitto dei rispettivi interessi sorgeranno le pi edificanti contese, i peggiori intrighi di camorre e le pi scandalose cospirazioni parlamentari. Il meccanico, l'armatore, ecc., troveranno che la protezione consentita al padrone di ferriere eleva il prezzo delle sue merci a tal punto da impedirne l'esportazione; il fabbricante di tessuti di cotone saprebbe escludere i tessuti inglesi dai mercati chinesi ed indiani se non fosse l'alto prezzo che egli deve pagare il filo, stante la protezione accordata ai filatori; e cos via. Nell'istante in cui un'industria nazionale ha compiuta la conquista del mercato interno, allora l'esportazione le diviene indispensabile. In capitalismo un'industria o si espande o  condannata a sparire. Un commercio non pu restare stazionario: un arresto di sviluppo  il principio della sua rovina: il progresso delle invenzioni meccaniche e chimiche, surrogando sempre pi il lavoro dell'uomo e sempre pi rapidamente accrescendo ed accentrando il capitale, crea in ogni industria stagnante un ingorgo cos di lavoratori come di capitali, ingorgo che non trova sbocco perch lo stesso fenomeno  comune a tutte le altre industrie. Cos il passaggio da un commercio interno ad un commercio d'esportazione diventa una questione di vita o di morte per le industrie che vi sono interessate; ma esse urtano nei diritti acquisiti, negli interessi degli altri, che trovano ancora nel protezionismo pi sicurezza o profitto che nel libero scambio. Ne segue una lotta lunga e tenace fra libero-scambisti e protezionisti, della quale si impadroniscono i politicanti di mestiere, che muovono i fili dei tradizionali partiti politici e il cui interesse non  che il conflitto si risolva, ma anzi  che perduri; e il risultato di tale sperpero immenso di tempo, di energia e di quattrini  una serie di transazioni, ora favorevoli all'una, ora all'altra parte e tendenti con moto altrettanto lento quanto poco maestoso verso il libero scambio - salvo che il protezionismo, nel frattempo, si renda affatto insopportabile alla nazione, come  appunto probabile stia per accadere in America.
V' poi un altro genere di protezionismo, il peggiore di tutti, e lo troviamo in Germania. Anche la Germania cominci a sentire, tosto dopo il 1815, la necessit di un pi rapido sviluppo delle sue industrie. Ma la prima condizione ne era la creazione d'un mercato indigeno merc l'abolizione delle frontiere interne e della disparata legislazione doganale di quei piccoli Stati, ossia la formazione d'una Unione doganale tedesca o Zollverein. Questo presupponeva una tariffa liberista, intesa piuttosto ad accrescere il reddito comune che a proteggere la produzione paesana. Solo questa condizione poteva indurre questi piccoli Stati ad unirsi. Cos la nuova tariffa germanica, bench leggermente protezionista per talune industrie, fu per quel tempo un modello di legislazione libero-scambista, e rimase tale, quantunque, gi dopo il 1830, la maggioranza degli industriali tedeschi continuasse a reclamare il protezionismo. Ancora, sotto questa tariffa liberalissima, e sebbene le industrie domestiche tedesche fondate sul lavoro manuale fossero spietatamente schiacciate dalla concorrenza delle fabbriche inglesi a vapore, il trapasso dal lavoro manuale alla macchina avvenne gradatamente anche in Germania ed  ora quasi compiuto; la trasformazione della Germania da paese agricolo in paese industriale procedette di pari passo, aiutata, dal 1866, da favorevoli eventi politici: cio lo stabilirsi di un forte governo centrale e d'un parlamento federale, assicuranti una legislazione uniforme sul commercio, la circolazione, i pesi e le misure; e, da ultimo, l'inondazione dei miliardi francesi. Cos, intorno al 1874, il commercio tedesco sul mercato del mondo si schierava accanto a quello della Gran Bretagna(5) e la Germania impiegava pi macchine a vapore nell'industria e nella locomozione che qualunque altro paese del continente. Fu cos dimostrato che anche oggi, a dispetto dell'enorme slancio dell'industria inglese, un grande paese pu competere con successo, in mercato aperto, coll'Inghilterra.
Si ebbe allora un cambiamento a vista: la Germania ridivenne protezionista nel momento in cui il libero scambio appariva per essa pi che mai necessario, mutamento assurdo, ma spiegabile. Finch la Germania era esportatrice di grano, tutti i suoi interessi agricoli, non meno che l'interesse generale del commercio marittimo, le imponevano il libero scambio. ma nel 1874, in luogo di esportare, la Germania requisiva all'estero grandi provviste di grano. In quel torno l'America incominciava ad inondare l'Europa con enormi provviste di grano a buon mercato: dovunque esse arrivavano, scemava il reddito in denaro della terra e quindi la rendita; e da quel momento gli interessi di tutta la restante Europa incominciarono a invocare il protezionismo. Nello stesso tempo gli industriali tedeschi soffrivano per gli effetti del traffico eccessivo prodotto dall'influenza dei miliardi francesi, mentre l'Inghilterra, il cui commercio fin dalla crisi del 1866 era continuamente depresso, innondava tutti i mercati accessibili con prodotti non smerciabili in patria e li offriva fuori a prezzi ruinosamente bassi. Cos avvenne che le industrie tedesche, bench dipendenti sopratutto dalla esportazione, incominciarono a ravvisare nel protezionismo il modo di assicurare a s stesse la fornitura esclusiva del mercato interno. E il Governo, tutto in mano della aristocrazia fondiaria e dei signorotti, fu arcilieto di profittare di tali circostante a loro vantaggio, offrendo dazi protettivi tanto ai signori della terra quanto agli industriali. Nel l878 un'elevata tariffa protezionista fu introdotta, s per i prodotti agricoli che per quelli dell'industria.
D'allora in poi l'esportazione degl'industriali tedeschi fu mantenuta direttamente a spese dei consumatori del paese. Dovunque fu possibile si formarono sindacati (rings o trusts) per regolare il commercio di esportazione e financo la produzione. Il commercio tedesco del ferro  in mano di poche grandi case, la pi parte compagnie per azioni, le quali insieme possono produrre circa il quadruplo del consumo medio del paese. Per evitare una inutile concorrenza reciproca, queste ditte formarono un sindacato, che divide fra di loro tutti i contratti coll'estero, e determina caso per caso a quale ditta spetti fare l'offerta effettiva. Questo trust alcuni anni fa aveva stretto persino un concordato coi padroni di ferriere inglesi, concordato oggi rescisso. Cos pure le miniere di carbone di Westfalia (che producono circa 37 milioni di tonnellate all'anno) avevano formato un sindacato per regolare la produzione, designare gli offerenti per i contratti, fissare i prezzi. Insomma qualunque industriale tedesco potr dirvi che l'unico vantaggio che gli portano i dazi protettivi  che essi gli permettono di rifarsi sul mercato interno dei prezzi rovinosi ch'egli deve accettare all'estero. E questo non  tutto. L'assurdo sistema di proteggere gli industriali non  che l'offa gettata ai capitalisti dell'industria per indurli a sorreggere un monopolio ancora pi iniquo accordato agli interessi fondiari. Non solo ogni produzione industriale viene assoggettata a gravi dazi d'importazione e questi vengono accresciuti ogni anno, ma industrie rurali, condotte sopra latifondi per conto del proprietario, vengono letteralmente premiate coi denari del pubblico. La fabbricazione dello zucchero di barbabietola non  solo protetta, ma riceve somme enormi sotto forma di premi d'esportazione. Persone competenti pensano che, se anche tutto lo zucchero esportato venisse buttato a mare, il fabbricante avrebbe ugualmente un profitto per i soli premi del Governo. Cos pure le distillerie d'alcool di patata ricevono, in conseguenza di leggi recenti, una regala, levata dalle tasche del pubblico, di circa 50 milioni di lire all'anno. E siccome quasi ogni grande proprietario nel nord-est della Germania  o un fabbricante di zucchero di barbabietola o un distillatore d'alcool di patata, o l'uno e l'altro insieme, qual maraviglia che il mondo sia letteralmente inondato dalle loro produzioni?
Questa politica, rovinosa in qualunque circostanza, lo  doppiamente in un paese dove le fabbriche mantengono la loro posizione sui mercati neutri sopratutto mediante il buon mercato della mano d'opera. I salari in Germania, mantenuti, nel miglior caso, al minimum delle sussistenze, dalla sovrabbondanza della popolazione (la quale cresce rapidamente malgrado l'emigrazione), devono crescere in conseguenza del rincaro di tutti i generi di prima necessit causato dal protezionismo: l'industriale tedesco allora non potr pi, come pu oggi, troppo spesso conservare i prezzi rovinosi dei suoi articoli con una diminuzione dei suoi salari normali, e verr cos vinto sul mercato. Il protezionismo in Germania sta uccidendo la gallina dalle uova d'oro.
Degli effetti del protezionismo soffre anche la Francia. Qui il protezionismo, dominandovi da due secoli,  divenuto sangue della vita della nazione. Non di meno esso va diventando sempre pi un imbarazzo. Mutamenti continui nei metodi di produzione sono all'ordine del giorno, ma il protezionismo sbarra la via. Si fanno oggi velluti di seta col rovescio di filo di cotone fino. Questo filo si fabbrica in Inghilterra assai pi a buon mercato che in Francia. Il fabbricante francese deve dunque o pagare l'elevatissimo dritto d'entrata di questo filo, oppure, se vuole ottenerne il rimborso all'atto della esportazione del suo velluto, sottomettersi a cos interminabili vessazioni burocratiche che assolutamente non ci ha pi il tornaconto; e cos il commercio del velluto migra da Lione a Crefeld, dove il prezzo di protezione per il filo di cotone fino  sensibilmente pi basso. Come gi dicemmo, l'esportazione francese consiste specialmente in articoli di lusso, nei quali il buon gusto francese ha tuttora il primato; ma, i consumatori pi importanti di questi articoli sono, in tutto il mondo, le nostre moderne intraprese capitaliste, le quali non hanno n educazione n buon gusto, e cui soddisfano altrettanto bene le grossolane imitazioni tedesche e inglesi a buon mercato; anzi spesso queste vengono fornite loro per articoli francesi genuini a prezzi pi che fantastici. Per quelle specialit che non si possono fabbricare fuori di Francia il mercato si restringe ogni d pi, l'esportazione di manifatture francesi a mala pena si sostiene e presto dovr declinare; con quali nuovi articoli potr la Francia surrogare quelli la cui esportazione va cessando? Se qualche cosa pu venirle in aiuto  un'ardita introduzione del libero scambio che tolga l'industriale francese alla sua atmosfera di serra calda e lo risospinga nell'aria libera della concorrenza coi rivali stranieri. Certo il commercio francese, nel suo complesso, avrebbe gi da tempo incominciato ad intisichire se non era il breve e timido passo verso il libero scambio fatto dal trattato di Cobden del 1860; ma questo ha oramai esaurita la sua azione e v' bisogno di una dose pi forte dello stesso tonico.
Mette appena conto di parlare della Russia. Ivi la tariffa protettiva - poich i dazi si devono pagare in oro e non nella deprezzata valuta cartacea del paese - serve sopratutto a fornire a quel misero governo la moneta effettiva indispensabile per le transazioni coi creditori stranieri; se un giorno quella tariffa adempisse veramente alla sua missione protettiva coll'escludere affatto le merci estere, quel medesimo giorno il governo russo fallirebbe. Eppure quello stesso governo va divertendo i suoi sudditi col far balenar loro la prospettiva di rendere la Russia, con quella tariffa, un paese del tutto indipendente, non tributario all'estero n di generi alimentari, n di materie prime, n di manifatture, n di opere d'arte. Quei che han fede in questo miraggio di un impero russo isolato dal resto del mondo possono andare a braccetto con quel patriottico luogotenente prussiano, che in una bottega domandava, non un globo terraqueo o celeste, ma un globo di Prussia.
Torniamo all'America. Vi hanno molti sintomi secondo i quali il protezionismo avrebbe ormai esaurita la propria azione a pro degli Stati Uniti e, quanto pi presto ricever il suo congedo, sar meglio per tutti. Uno di questi sintomi  la formazione di rings e di trusts nel seno delle industrie protette, miranti a sfruttare pi profondamente il loro monopolio. Ora, rings e trusts sono in verit instituzioni americane, e l dove esse sfruttano ricchezze naturali essi vengono generalmente, sebbene di mala voglia, sopportati. La trasformazione dei pozzi di petrolio di Pensilvania in un monopolio mediante la Standard Oil Company  un fenomeno affatto consono alle regole della produzione capitalista. Ma se i raffinatori di zucchero tentano di trasformare la protezione, che il paese loro accorda contro la concorrenza straniera, in un monopolio contro il consumatore indigeno, cio contro quella stessa nazione che ha accordata la protezione, allora la cosa muta aspetto. Eppure i grandi raffinatori hanno firmato un trust che mira appunto a questo. E il sindacato dello zucchero non  il solo. Ora, il formarsi di tali trusts entro industrie protette  il segno pi securo che il protezionismo ha compiuta l'opera sua ed ora va mutando carattere; che esso non protegge pi l'industriale contro l'importatore, ma lo protegge contro il consumatore del paese; che il protezionismo ha fabbricato, almeno in quel dato ramo speciale, un numero bastante, se non eccessivo, d'industriali; che il danaro da esso accumulato nella loro borsa  denaro sprecato; proprio come in Germania.
In America, come altrove, il protezionismo  sostenuto dall'argomento che il libero scambio gioverebbe soltanto all'Inghilterra. La miglior prova del contrario  che in Inghilterra, non solamente gli agricoltori ed i proprietari fondiari, ma persino gli industriali vanno diventando protezionisti. Nella patria della "scuola di Manchester", il 1. novembre 1886, la Camera di commercio di Manchester discuteva una proposta nella quale era detto "che, avendo atteso invano per quarant'anni che le altre nazioni seguissero l'esempio libero scambista dell'Inghilterra, la Camera crede venuto il tempo di riesaminare quella situazione"; e la proposta era respinta, ma con soli 22 voti contro 21! E questo nel centro della industria del cotone, l'unica industria inglese la cui supremazia sul mercato aperto sembri ancora indisputata! Ma bisogna dire che persino in quel ramo speciale il genio inventivo  passato dall'Inghilterra all'America. I recentissimi perfezionamenti nelle macchine per filare e tessere il cotone vennero quasi tutti dall'America e Manchester li ha adottati. Nelle invenzioni industriali d'ogni specie, l'America ha chiaramente preso il disopra, mentre la Germania incalza alle reni l'Inghilterra. Questa si va persuadendo che il suo monopolio industriale  irremissibilmente perduto, che essa perde terreno ogni giorno di fronte ai progressi dei suoi competitori, che dovr ormai contentarsi di essere una fra le tante nazioni industriali, e non pi, come aveva sognato, "l'officina del mondo".
 per sottrarsi a questo fato minaccioso che uomini, che, or sono quarant'anni, non vedevano salute che nel libero scambio, oggi invocano con fervore il protezionismo pur tentando mascherarlo coi nomi di "commercio leale" e di reciprocit di tariffe. E quando gli industriali inglesi incominciano ad accorgersi che il libero scambio li rovina e domandano al governo d'essere protetti contro i concorrenti dell'estero, allora  venuto sicuramente il momento per questi rivali di rendere la pariglia buttando a mare un sistema protezionista d'ora innanzi inutile e di combattere il cadente monopolio industriale dell'Inghilterra con la sua propria arma, il libero scambio.
Ma, come gi dissi, voi potete facilmente introdurre il protezionismo, ma non potete sbarazzarvene con pari facilit. L'assemblea legislativa adottando misure protezioniste ha fatto sorgere grandi interessi, dei quali deve rispondere. E nessuno di questi interessi - i vari rami dell'industria -  egualmente preparato, in un dato momento, a fare fronte ad una aperta concorrenza. Alcuni si troveranno in arretrato, mentre altri non hanno pi bisogno della terapia protezionista. Questa differenza di condizione far sorgere le solite congiure di anticamera, ed  per s stessa una sicura garanzia che le industrie protette, se il libero scambio venga adottato, verranno abbandonate davvero molto facilmente, come accadde all'industria della seta in Inghilterra dopo il 1846.  questa una cosa inevitabile nelle attuali condizioni ed il partito libero-scambista dovr sottomettervisi finch il mutamento venga adottato per principio.
La questione del libero scambio e del protezionismo si agita interamente nella cerchia del sistema presente di produzione capitalista e non ha quindi interesse diretto per noi socialisti che vogliamo farla finita con tale sistema. Indirettamente tuttavia essa ci interessa, in quanto noi dobbiamo desiderare che il presente sistema di produzione si svolga e si espanda liberamente e rapidamente quanto  possibile; poich insieme con esso si svilupperanno anche quei fenomeni economici che ne sono le necessarie conseguenze e che dovranno distruggere l'intero sistema: miseria della gran massa dovuta alla sovraproduzione; dalla sovraproduzione periodici ingorghi e crisi industriali e commerciali, accompagnate da panico, ovvero un ristagno commerciale cronico; divisione della societ in una esigua classe di grandi capitalisti e in un'altra vasta classe condannata alla schiavit del salario, schiavit praticamente ereditaria; un proletariato che, mentre cresce di continuo, nello stesso tempo costantemente sostituito da macchine economizzatrici di lavoro; in breve una societ sospinta in un cul di sacco senza uscita, se non se ne rimodelli tutta la struttura economica fondamentale.
Fu da questo punto di vista che, quarant'anni fa, Marx si pronunci in massima a favore del libero scambio, come il sistema pi progressivo, come quello che spinger pi presto nel cul di sacco la societ capitalista. Ma se fu per questo che Marx si pronunci pel libero scambio quale misura rivoluzionaria, non dovrebbero dunque i sostenitori dell'ordine presente, i cittadini ben pensanti, dichiararsi pel protezionismo?
Se un paese oggi accetta il libero scambio non lo fa certo per compiacere i socialisti. Lo fa perch il libero scambio  diventato una necessit per i capitalisti delle sue industrie. Ma, quando pure adottasse il protezionismo onde eludere la catastrofe sociale attesa dai socialisti, farebbe pur sempre opera vana.
Il protezionismo, essendo una fabbrica artificiale di industriali, lo  anche di salariati. Quelli suppongono questi. Il salariato segue dovunque le orme dell'industriale; e somiglia al triste affanno d'Orazio che  seduto in groppa col cavaliere e che quest'ultimo non pu levarsi d'accanto dovunque egli vada. Non ci  possibile sottrarci al destino; in altre parole non possiamo sottrarci alle conseguenze necessarie delle nostre proprie azioni. Un sistema di produzione, fondato sullo sfruttamento dei salariati ed in cui la ricchezza cresce in proporzione del numero di braccia impiegate e sfruttate, non pu che accrescere la classe dei salariati, la classe cio destinata a distruggere un giorno il sistema medesimo. Nel frattempo non v' che fare:  necessit che voi continuiate a sviluppare il sistema capitalista, che voi acceleriate la produzione, l'accumulazione e l'accentrazione della ricchezza capitalistica ed insieme con ci la formazione di una classe rivoluzionaria di lavoratori. Che voi vi gettiate nelle braccia del protezionismo o del libero scambio, ci non produce in definitiva alcuna differenza, e ben poca nella lunghezza dell'intervallo che vi separa dal giorno della fine. Poich assai prima di tal giorno il protezionismo sar diventato una pastoia insopportabile a qualunque paese che aspiri, con qualche probabilit di successo, a tenere il suo posto nel mercato mondiale.
FEDERICO ENGELS.
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DISCORSO SUL LIBERO SCAMBIO. Pronunciato alla Associazione Democratica di Bruxelles il 9 GENNAIO 1848 da CARLO MARX.
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Signori,
L'abolizione del dazio sui cereali in Inghilterra  il pi gran trionfo del libero scambio nel nostro secolo. Dovunque i fabbricanti parlano di libero scambio, essi hanno sopratutto di mira il libero scambio del grano e delle materie prime in generale. "Il dazio sui grani - essi dicono -  cosa odiosa, perch  una speculazione sulla fame." Pane a buon mercato, alti salari. Cheap food, high wages.
Con questa impresa sulla loro bandiera i liberoscambisti non esitarono a prodigare milioni pel trionfo della santa causa. Il loro entusiasmo, varcata la Manica, si propag tra i confratelli del continente. Insomma il libero scambio  sopratutto reclamato nell'interesse della classe lavoratrice.
Curioso contrasto! Il popolo - a cui questi generosi si affannano ad offrire il pane a buon mercato - il popolo non si commuove di riconoscenza. Esso  altrettanto scettico pel pane a buon mercato, quanto, in Francia, pel governo a buon mercato. I signori Bowring, Brigth e compagni, questi modelli d'abnegazione, sono considerati dal popolo come i suoi acerrimi nemici, come i pi spudorati mistificatori!
 noto che la lotta fra liberali e democratici in Inghilterra  al tempo stesso la lotta fra liberoscambisti e chartisti. I liberoscambisti dicevano ai salariati: Il dazio sul grano  un'imposta sul salario, da voi pagata ai grandi proprietari terrieri, a questi aristocratici del medioevo: la vostra miseria deriva dall'alto prezzo delle derrate di prima necessit.
Dal canto loro i salariati chiedevano agli industriali: Or come avviene che negli ultimi trent'anni, coll'immenso sviluppo raggiunto dall'industria, i nostri salari sono tanto diminuiti? La loro discesa fu in proporzione ben maggiore che non sia stato il rincaro del pane. Mentre l'imposta che noi paghiamo ai proprietari delle terre , secondo voi dite, di circa tre pence(6) alla settimana, le mercedi dei tessitori a mano, dal 1815 al 1824, calarono da 28 a 5 scellini, quelle dei tessitori a macchina, dal 1823 al 1843, da 20 scellini a 8. Ai proprietari di terre, in tutto questo tempo, non si  mai pagato pi di tre pence. Vi ricordate quel che ci venivate predicando, nel 1834, quando il grano era a buon prezzo e l'industria fioriva? Allora ci dicevate: voi siete miseri perch generate troppo; i vostri matrimoni sono pi fecondi del vostro lavoro. Queste erano le vostre precise parole in quel tempo. E infatti avete creato nuove leggi sui poveri e nuovi workhouses - queste bastiglie dei proletari.
E gli industriali rispondevano: - S, lavoratori carissimi, a determinare il saggio dei salari non  solo il prezzo del pane; anche la concorrenza delle braccia offerte sul mercato ha la sua influenza. Ma considerate che il nostro suolo  scoglio e sabbia. Voi certo non vi figurate che si possa seminare il grano in vasi da fiori. Se, in cambio di sprecare capitali e lavoro alla cultura di terre sterili, abbandonassimo l'agricoltura e ci buttassimo alla sola industria, che cosa avverrebbe? Tutta l'Europa abbandonerebbe le manifatture e l'Inghilterra diverrebbe una sola grande citt industriale che avrebbe per distretto agricolo il resto dell'Europa.
A questo punto, nella discussione, irrompe il modesto esercente: - Coll'abolizione del dazio sui grani roviniamo la nostra agricoltura, senza la certezza che gli altri paesi acquisteranno i nostri prodotti industriali. E allora? Io perder i miei avventori della campagna e il commercio interno perder il suo mercato.
- Tanto meglio - gli risponde l'industriale, che a questo punto volta le spalle al salariato. - Abolito il dazio, importeremo il grano estero pi a buon mercato, quindi i nostri salari caleranno, mentre dovranno aumentare nei paesi esportatori di grano. Coi salari pi bassi, in aggiunta a tutti gli altri vantaggi di cui gi godiamo, obbligheremo tutto il continente a comprare i prodotti delle nostre industrie.
Ma ecco che a prender parte alla disputa si presentano il fittabile ed il contadino. - E di noi - domandano - che cosa avverr? Dobbiamo noi favorire una legge che  la sentenza di morte per l'agricoltura che ci d il pane? Staremo tranquilli quando ci si leva il terreno di sotto i piedi?...
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Di fronte a tutte queste domande, per cavarsi di impaccio, la "Lega per l'abolizione del dazio sui grani" ha bandito un concorso a premi per le tre migliori opere illustranti i benefizi che l'agricoltura inglese doveva attendersi dall'abolizione del dazio. I premi toccarono a Hope, Morse e Greg, i cui scritti furono diffusi gratuitamente, a migliaia e migliaia di esemplari, nelle campagne.
Il primo dei premiati si sforza a dimostrare che dall'importazione dei grani esteri n i fittabili n i contadini nulla hanno a temere. Nessun paese pu produrre miglior grano e a pi basso prezzo dell'Inghilterra. Se v' un danneggiato, sar il proprietario, colla sua rendita, ma n il profitto, n il salario non sentiranno alcuna ripercussione dal calare del prezzo dei cereali.
Viceversa, Morse, il secondo premiato, sostiene che l'abolizione del dazio rincarir il grano. Con grandissimi sforzi tenta dimostrare che ai dazi non riusc mai di assicurare ai cereali un prezzo rimuneratore. Guardate infatti - egli osserva -; quanto pi s' importato grano estero, il prezzo ne aument; scem collo scemare dell'importazione. - Questo signore dimentica semplicemente che non  l'importazione che genera il rialzo dei prezzi;  bens il rialzo dei prezzi che genera l'importazione. Tutto al contrario del suo compagno ugualmente premiato, egli ritiene che ogni aumento dei prezzi del grano profitta al fittabile e al contadino; non al proprietario.
Il terzo autore, Greg, un grande industriale, rivolgendosi nel suo libro ai grandi fittabili, non poteva contentarsi di simili sciocchezze. Il suo linguaggio  un po' pi scientifico. Egli riconosce che il dazio aumenta la rendita solo perch rialza il prezzo dei grani, e che questo rialzo  dovuto alla messa a cultura delle terre sterili.
Ci d'altronde  ben naturale. Quanto pi la popolazione cresce - se non soccorre l'importazione - bisogna ricorrere alla coltivazione delle terre meno fertili, la quale esige maggiori spese e d quindi prodotti pi cari. E siccome il paese ha bisogno di tutti i cereali, anche di quelli prodotti in queste condizioni meno favorevoli,  naturale che il prezzo in genere del grano si determini dal prezzo di quello ottenuto sulle terre meno fertili. La differenza fra cotesto prezzo e le spese di cultura sui terreni pi fertili costituisce appunto la rendita. L'abolizione del dazio, diminuendo il prezzo del grano, e quindi la rendita, determina l'abbandono delle terre meno fertili; d'onde la rovina di parte dei fittabili.
Queste poche osservazioni erano necessarie per capire il linguaggio del Greg. I piccoli fittabili - egli dice - che non potranno reggersi coll'agricoltura, si rifugeranno nell'industria. Ma i grandi fittabili non avranno che da guadagnarci. I proprietari, o dovranno ceder loro le terre a buon prezzo, o conchiudere locazioni a lontana scadenza. Cos i fittabili potranno applicare alla terra i grandi capitali, estendervi le macchine agrarie, economizzare grandemente sul lavoro umano, che a sua volta diverr meno caro pel calare dei salari, conseguenza immediata dell'abolizione del dazio sui grani.
Il dott. Bowring diede a tutte queste argomentazioni una consacrazione religiosa e in una pubblica riunione sclam "Ges Cristo  il libero scambio - il libero scambio  Ges Cristo!"
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 chiaro che tutta questa commedia non era molto adatta a far gustare all'operaio il pane a buon mercato. E come potevano gli operai aggiustar fede a questo improvviso fervore filantropico di quegli industriali, che continuavano una lotta accanita contro il bill per la riduzione della giornata dell'operaio delle fabbriche, da 12 a 10 ore?
Rammentate soltanto, a proposito dell'umanit degli industriali, i regolamenti adottati in tutte le fabbriche. Ogni industriale ha un vero suo Codice penale che punisce ogni mancanza anche involontaria. L'operaio  multato se si mette a sedere, se bisbiglia, se chiacchiera, se ride, se ritarda di un solo minuto, se si spezza un congegno della macchina, se la qualit del suo prodotto non corrisponde alle esigenze dei soprastanti, ecc. Le multe superano sempre il danno reale recato. Per rendere pi facile l'incapparvi, si fanno avanzare le lancette degli orologi, si fornisce una materia prima avariata, colla quale l'operaio deve restituire un lavoro perfetto. Un capofabbrica, che non sappia multare il pi possibile, di regola  licenziato.
Come vedete, questo codice penale privato  creato apposta per produrre i reati, e i reati sono creati per aumentare gli introiti. L'industriale tende con ogni mezzo a ribassare il salario nominale, sfruttando all'uopo anche i semplici accidenti. E questi stessi industriali eccoli ad un tratto trasformati in filantropi, eccoli farsi in quattro per dimostrare agli operai, che essi sono pronti a spendere immense somme pel loro bene. Da un lato, non v' mezzo troppo odioso cui non ricorrano per ridurre i salari sotto il minimum; dall'altro, affrontano ogni sacrifizio per aumentare i salari merc l'abolizione del dazio sui grani. Essi erigono sontuosi palazzi per alloggiarvi gli uffici della "Lega"; sguinzagliano per tutta l'Inghilterra una muta di apostoli a predicare il verbo del libero scambio; stampano opuscoli e li distribuiscono gratis a migliaia di copie per illuminare gli operai sui loro veri interessi. Spendono somme favolose per guadagnarsi la stampa quotidiana. Organizzano un complicato meccanismo per dirigere il movimento liberoscambista e prodigano nelle pubbliche riunioni tutta la loro eloquenza.
Fu precisamente in uno di questi Comizi che si ud un operaio esclamare: "Se i proprietari fondiari mettessero in vendita le nostre ossa, voi altri industriali vi affrettereste a comperarle per mandarle al mulino e farne farina."
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Gli operai inglesi hanno compresa benissimo la lotta fra i proprietari delle terre e gli industriali. Essi sapevano bene che il pane a buon mercato servirebbe agli industriali per ribassare i salari, e che il profitto del capitale aumenterebbe a spese della rendita.
Ricardo, l'apostolo dei liberoscambisti inglesi e il pi illustre economista del nostro secolo,  in ci perfettamente d'accordo cogli operai:
"Se invece di produrre il grano a casa nostra - egli dice nel suo celebre libro di Economia politica - si aprisse un nuovo mercato ove potessimo acquistarlo a miglior prezzo, i salari calerebbero e aumenterebbero i profitti. I cereali a buon mercato non abbassano solo i salari dei contadini, ma anche quelli del proletariato industriale e commerciale."
N credete, o signori, che l'operaio non abbia danno dal ricevere 4 franchi invece di 5, se a ci corrisponde la diminuzione del prezzo del pane. Non  forse, ad ogni modo, calato il suo salario relativamente al profitto? Non  peggiorata dunque la sua posizione sociale di fronte a quella migliorata del capitalista? Ma non  tutto. Finch il prezzo del pane, e il salario con esso, sono alti, l'operaio, con una piccola economia nel consumo del pane riesce a soddisfare altri suoi bisogni. Questa risorsa gli vien meno quando il prezzo del pane e i salari sono molto abbassati.
Gli operai inglesi fecero capire ai libero-scambisti ch'essi non si lascerebbero ingannare dalle loro menzogne ed ipocrisie; che se li seguivano nella lotta contro i proprietari fondiari, non era se non per finirla con gli ultimi avanzi del feudalesimo e ridursi cos ad avere di fronte un solo nemico invece di due. Questa tattica non fu sbagliata: i proprietari fondiari, per rappresaglia contro gli industriali, favorirono i lavoratori nella lotta per le dieci ore di lavoro, lotta che durava da un trentennio; tosto abolito il dazio sui grani, fu votato il bill delle dieci ore.
Quando il dott. Bowring sciorin al Congresso degli economisti la lunga lista del bestiame, dei prosciutti, dei lardi, dei pollami, ecc., importati in Inghilterra, pel consumo - secondo egli disse - della classe lavoratrice, dimentic sgraziatamente di soggiungere che, proprio in quel torno, a Manchester e negli altri centri industriali, la crisi incipiente gettava sul lastrico torme di operai.
In economia politica non  lecito, dalle cifre di un solo anno, indurre leggi generali. Bisogna almeno considerare un periodo di 6 o 7 anni, tale cio che abbracci le varie fasi - rigoglio, surproduzione, ristagno e crisi - traverso le quali l'industria compie il suo ciclo fatale.
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 chiaro che, calando, per necessario effetto del libero scambio, i prezzi di tutte le merci, io potr con un franco comperare assai pi di prima. Ora, il franco dell'operaio valendo quanto ogni altro franco, ecco un vantaggio per l'operaio. C' soltanto un piccolo inconveniente.
L'operaio, prima di scambiare il suo franco con altre merci, deve scambiare il suo lavoro col capitale. Se, mentre il prezzo d'ogni altra merce  disceso, egli continuasse a ricevere un franco per la stessa quantit di lavoro, il suo vantaggio sarebbe reale. Il difficile non sta nel provare che, se i prezzi di tutte le merci ribassano, io otterr per lo stesso denaro maggior quantit di merce.
Gli economisti non guardano che all'istante in cui l'operaio scambia il suo salario cogli oggetti di consumo; dimenticano quello in cui scambia il suo lavoro col capitale. Se scemano le spese necessarie a porre in movimento la macchina che produce le merci, le cose necessarie a mantenere questa macchina, che ha nome l'operaio, costeranno anch'esse meno caro. Se tutte le merci sono meno care, anche il lavoro ribasser di prezzo, poich anche il lavoro  una merce; esso anzi  una merce, come vedremo, che scema di prezzo pi di tutte le altre. L'operaio dunque, che avr dato retta agli economisti, finir per trovare che il suo franco gli si  fuso in saccoccia, s' ridotto a soli cinque soldi.
- Sia pure - incalzano gli economisti. - La concorrenza fra operai ridurr i salarii in proporzione al prezzo delle merci. Ma intanto, colle merci a buon prezzo, crescer il consumo, quindi la produzione, quindi il numero di braccia impiegate, quindi i salari.
Tutto, dunque, si riduce a questo: il libero scambio aumenta le forze produttive. Se l'industria va crescendo, se la ricchezza, il potere produttivo, se insomma il capitale produttivo aumenta, aumentano pure la richiesta di lavoro, il prezzo del lavoro e in conseguenza il salario. Lo sviluppo del capitale  la condizione pi favorevole per l'operaio; bisogna convenirne. Se il capitale rimane stazionario, l'industria non rester soltanto stazionaria, ma decadr e l'operaio ne sar la prima vittima. Ma quando il capitale aumenta, quando cio si  in quello stato di cose che abbiamo detto il pi propizio per l'operaio, quale sar la costui sorte? Esso perir ugualmente.
Infatti l'aumento del capitale produttivo  connesso alla sua concentrazione, al suo accumularsi in poche mani. Onde una maggior divisione del lavoro e un maggior impiego di macchine. La maggior divisione del lavoro, rendendo questo pi facile, annulla, per cos dire, l'abilit professionale dell'operaio; questi non ha pi bisogno di preparazione; e la concorrenza fra operai quindi aumenta. Di pi, un operaio riesce a fare il lavoro di tre; e la concorrenza aumenta di nuovo. Le macchine la intensificano ancor pi.
Per lo sviluppo del capitale produttivo gli industriali devono aumentare gli strumenti del lavoro, onde la rovina dei piccoli industriali che non possono reggere alla gara e piombano nel proletariato. Coll'accumularsi dei capitali cala il tasso degli interessi, e anche i piccoli reddituari, cui il reddito non basta pi alla vita, devono lanciarsi nell'industria, per poi diventare ancor essi proletari. Infine, pi il capitale produttivo aumenta, pi esso  costretto a produrre per un mercato di cui non conosce i bisogni, pi la produzione precede il consumo, pi l'offerta cerca di forzare la domanda, e perci si fanno pi intense e pi rapide le crisi; le quali accelerano ancor pi l'accentramento dei capitali e aumentano quindi il proletariato. Cos, come pi aumenta il capitale produttivo, la concorrenza fra gli operai cresce in proporzione assai pi forte. Il salario diminuisce per tutti, e per alcuni si rende pi grave il peso del lavoro(7).
I tessitori che, a Manchester, nel 1829, erano 1088 sparsi in 36 stabilimenti, nel 1841 eran ridotti a 448; questi 448 facevano lavorare 53.353 spole di pi che i 1088 operai del 1829. Se la domanda della mano d'opera avesse aumentato in ragione dell'aumento delle forze produttive, gli operai avrebbero dovuto salire a 1848; invece il perfezionamento tecnico ne butt 1100 sul lastrico.
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 nota la risposta degli economisti: questi operai - essi dicono - troveranno altre occupazioni. Il dott. Bowring non manc di portare questo argomento al Congresso degli economisti; ma egli stesso s'incarica di smentire le proprie parole. In un suo discorso del 1838 alla Camera dei Comuni sui 50.000 tessitori di Londra che morivano di fame perch non trovavano la nuova occupazione promessa loro dai libero scambisti, egli diceva (ci limitiamo a riprodurne i passi pi salienti):
La miseria dei tessitori a mano  la sorte inevitabile di tutti quei lavori che, richiedendo poca preparazione, possono ad ogni istante venir sostituiti da mezzi di produzione meno costosi. In questi lavori la concorrenza operaia  enorme e basta una minima diminuzione della richiesta di mano d'opera per provocare una crisi. Questi tessitori si trovano gi al limite estremo della sussistenza; ancora un passo e l'esistenza  fatta impossibile; un minimo urto ed eccoli spinti nell'abisso. Il progresso della tecnica, eliminando sempre pi la mano d'opera, conduce inevitabilmente a queste transitorie miserie. La ricchezza nazionale non si ottiene senza qualche rovina individuale. Il progresso della industria esige il sacrificio dei ritardatari; e di tutte le scoperte, il telaio a vapore  quello che pesa pi gravemente sul tessitore a mano. Gi questi fu battuto per la confezione di molti articoli, e presto lo sar per pi altri.
Il governatore delle Indie orientali scriveva alla Compagnia dello stesso nome, parlando dei tessitori del circondario di Dacca: "Qualche anno fa la Compagnia delle Indie orientali acquistava da 6 a 8 milioni di pezze di cotone tessute coi telai a mano. La compera di questo prodotto  calata ad un milione di pezze ed ora  quasi cessata del tutto. - Nel 1800 l'America del Nord riceveva dalle Indie orientali 800.000 pezze di tela cotone. Nel 1830 l'importazione scese a 4000. - Il Portogallo, che nel 1800 comperava un milione di pezze, nel 1830 si ridusse a comperarne 20 mila."
La comparsa sul mercato della tela cotone inglese, tessuta a vapore, ha ridotto in condizioni spaventevoli i tessitori delle Indie. Gran parte morirono di fame, altri si volsero ad altri lavori, specialmente all'agricoltura. Ora tutto il circondario di Dacca  invaso dai tessuti inglesi. La mussola di Dacca, cos celebre per solidit e bellezza,  scomparsa per la concorrenza delle macchine inglesi. Difficilmente si trovano esempi nella storia che eguaglino l'infinita miseria cui andarono soggette intere classi operaie nelle Indie orientali.
Questo discorso del dott. Bowring  tanto pi significante in quanto che tutti i fatti ch'egli allega sono esattissimi e le frasi pietose con cui cerca velarli non sono che la solita ipocrisia dei discorsi liberoscambisti. Egli presenta l'operaio come un mezzo di lavoro che deve essere sostituito da mezzi meno dispendiosi. Egli finge di vedere nel lavoro di cui parla un lavoro affatto eccezionale, e nella macchina che schiacci i tessitori una macchina eccezionale del pari. E dimentica che non v' lavoro manuale che non possa quandochessia subire la sorte della tessitura.
"In realt - cos scrive il dott. Ure, uno dei pi fervidi liberoscambisti - lo scopo di ogni perfezionamento meccanico  di eliminare la mano d'opera o di ribassare i salari sostituendo il lavoro dell'uomo con quello delle donne e dei fanciulli e il lavoro dell'operaio abile con quello del semplice bracciante. Nella pi parte delle tessiture a telaio continuo non si impiegano che ragazze di 16 anni o al disotto. La mule-jenny automatica, sostituita alla ordinaria, scaccia quasi tutti gli adulti per impiegare i fanciulli". Il dott. Bowring ci parla di "qualche rovina individuale", ma deve poi riconoscere che si tratta della condanna a morte di intere classi operaie; egli parla di "miserie transitorie", ma non pu nascondere che esse sono per la maggioranza una transizione alla morte, per gli altri a una condizione assai peggiorata. Quando soggiunge che la miseria del proletariato  inseparabile dai progressi dell'industria e necessaria alla ricchezza nazionale, dice in sostanza che essa  la condizione del benessere della borghesia. Il conforto che il dott. Bowring prodiga agli operai che periscono, come del resto tutte le dottrine della compensazione predicata dai liberoscambisti, si pu riassumere cos:
"Voi, migliaia di operai condannati a morire, non vi scoraggiate! Potete morire tranquilli! La vostra classe non perir. Essa sar sempre abbastanza numerosa perch il capitale possa decimarla senza timore di distruggerla tutta. Come volete dunque che il capitale trovi da impiegarsi utilmente se non avesse cura di conservarsi la materia sfruttabile, gli operai?"
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Ma perch ci indugeremo noi a discutere, come se fosse materia suscettiva di discussione, l'influenza del libero scambio sulle condizioni della classe lavoratrice? Tutte le leggi formulate dagli economisti, da Quesnay a Ricardo, presuppongono soppressi gli ostacoli che incepparono finora il libero scambio;  col libero scambio ch'esse acquistano tutta la loro forza. Ora, la prima di coteste leggi  che la concorrenza diminuisce il prezzo di ogni merce sino al minimum del costo di produzione. Perci il minimum del salario  il prezzo naturale del lavoro. E il minimum del salario non  che quanto occorre a produrre lo stretto necessario all'operaio per campare alla peggio e riprodurre la sua classe quanto  necessario. Non si creda con ci che il lavoratore non abbia mai altro che questo minimum e neppure che questo minimum lo abbia sempre. No, per cotesta legge, la classe operaia sar talora pi fortunata; essa avr pi che il minimum; ma questo di pi non sar che il compenso del tanto di meno ch'essa ebbe durante la stagnazione industriale.  quanto dire che in un dato ricorso di tempo - questi ricorsi sono periodici - durante il quale l'industria pass per le sue fasi di prosperit, surproduzione, ristagno e crisi, se si fa il conguaglio di cotesti di pi e di cotesti di meno del salario necessario, si vedr che la classe operaia non ebbe che il minimum e che si  conservata come classe traverso un'infinit di sventure e di miserie e avendo seminato di cadaveri il campo industriale. Ma che importa? La classe sussiste sempre, anzi avr magari aumentato.
N basta. Il progresso dell'industria produce mezzi d'esistenza sempre meno costosi. La birra  sostituita dall'acquavite, il lino dal cotone, il pane dalle patate. Cos il minimum dei salari discende sempre. Prima questo salario costringeva l'operaio a lavorare per vivere, pi tardi lo riduce alla vita di una macchina. La sua esistenza non ha che il valore di una forza produttiva e il capitalista lo tratta come tale. Questa legge del lavoro-merce, ossia del minimo salario, non agisce in tutto il suo vigore se non col trionfo del libero scambio. O si negher tutta l'economia politica o s dovr ammettere questo.
Che cos' dunque il libero scambio nella societ presente?  la libert del capitale.  il capitale che, abbattute le barriere nazionali, assicura al proprio sviluppo un pi libero campo d'azione. Finch esistono capitale e salario, ogni scambio di merci, sia pur fatto nelle migliori condizioni, dar sempre lo sfruttamento di una classe ad opera dell'altra. In verit si stenta a comprendere come i liberoscambisti possano imaginare che un impiego pi lucroso del capitale possa togliere il conflitto fra capitalisti e lavoratori. Al contrario, il solo effetto del libero scambio sar la dimostrazione ancor pi nitida dell'antagonismo fra le due classi.
Imaginate per un istante che sparissero i dazii sui grani e tutte le dogane comunali e dello Stato, che sparissero insomma tutte le circostanze accessorie, cui l'operaio poteva addebitare la propria miseria; ebbene, ci non servirebbe che a rendere pi evidente ai suoi occhi qual  il suo vero nemico. Allora il lavoratore capirebbe che il capitale libero lo fa altrettanto schiavo quanto il capitale gravato di dazii.
Signori, non v'inganni questa parola astratta, libert. Libert per chi? Non si tratta gi della libert di un individuo di fronte a un altro, ma della libert che serve al capitale per opprimere l'operaio. Come vorrete voi sanzionare la libera concorrenza con quest'idea di libert, mentre questa libert non  che il prodotto di uno stato di cose fondato appunto sulla libera concorrenza?
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Gi vedemmo che razza di fratellanza nasce dal libero scambio fra le diverse classi d'una stessa nazione. Non diversa  quella che ne nasce nei rapporti internazionali. Solo alla borghesia pu venir in mente di qualificare fratellanza lo sfruttamento cosmopolita dei lavoratori. L'azione distruttiva della libera concorrenza di ogni singolo paese aumenta a dismisura sul mercato internazionale.
Inutile dilungarci coi sofismi dei liberoscambisti, che hanno lo stesso valore degli argomenti dei tre autori premiati, Hope, Morse e Greg.
Ci dicono, ad esempio, che il libero scambio conduce a una divisione internazionale del lavoro e quindi a specializzare ogni paese nelle produzioni ad esso pi idonee.
Penserete forse, o signori, che il caff e lo zucchero siano prodotti naturali soltanto delle Indie occidentali. Due secoli fa, la natura, poco sollecita del commercio, non vi produceva n piante da caff n canne di zucchero. E forse non passer un altro cinquantennio che non vi troverete pi n caff n zucchero, perch l'India orientale, armata di mezzi di lavoro meno costosi, ha gi cominciato una lotta trionfante contro questa pseudo-vocazione naturale dell'India occidentale. La quale, cos abbondante di ricchezze naturali, va diventando per gli inglesi un peso non meno grave di quello dei tessitori di Dacca, che sembravan dai tempi preistorici predestinati alla tessitura a mano.
Aggiungete che, dacch tutto divent monopolio, vi hanno rami prevalenti d'industria che procurano il dominio del mercato mondiale alle nazioni che li coltivano. Il cotone, per esempio, ha nello scambio internazionale una importanza commerciale superiore a tutte insieme le altre materie prime che servono all'indumento. I liberoscambisti ci fanno ridere quando, additando due o tre specialit in ogni ramo d'industria, pretendono far contrappeso con esse agli oggetti di uso quotidiano la cui produzione diventa pi a buon mercato nei paesi in cui l'industria si  sviluppata di pi.
Non  strano del resto che i liberoscambisti non capiscano come un paese possa arricchirsi a spese di un altro, dacch neppure riescirono ancora a capire come una classe arricchisca a spese di un'altra classe.
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Non crediate tuttavia, signori, che, facendo la critica del libero scambio, noi intendiamo con ci levarci a difensori del protezionismo. Si pu attaccare il regime costituzionale senza con ci essere difensori dell'assolutismo.
Il protezionismo  un mezzo che serve all'impianto della grande industria in un dato paese e gli apre con ci la necessit del mercato internazionale e quindi di nuovo il bisogno del libero scambio. Il protezionismo sviluppa inoltre la libera concorrenza nei confini nazionali. Perci nei paesi nei quali la borghesia comincia a farsi valere come classe - esempio la Germania(8) - essa fa ogni sforzo per ottenere misure protettive. Queste misure le servono come arme contro il feudalismo e l'assolutismo e come mezzo per, concentrare le sue forze e realizzare il libero scambio all'interno.
In generale attualmente il protezionismo  misura conservatrice, mentre il libero scambio agisce come forza distruttiva. Esso distrugge le vecchie nazionalit e spinge agli estremi l'antagonismo fra proletariato e borghesia. Il libero scambio affretta la rivoluzione sociale.  solo in questo senso rivoluzionario, o signori, ch'io voto pel libero scambio.
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FINE.
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NOTE.
(1) In questo momento in cui gli agrari rialzano la testa nel parlamento italiano, e gi ottennero di viepi rincarire con l'inasprimento dei dazi di frontiera il pane del povero - e mentre si va novellando di non sappiamo che strane parentele che dovrebbero esistere fra questo sistema di spoliazione e la dottrina socialista; crediamo utile riprodurre dalla Critica Sociale, insieme al "discorso sul libero scambio" pronunciato da Marx fin dal 9 gennaio 1848 alla Associazione democratica di Bruxelles, anche questo proemio col quale Federico Engels accompagn l'edizione inglese del discorso, uscita in Boston nell'89. - Il testo originario francese del discorso di Marx  oggi irreperibile in commercio; ne esistono bens, oltre la accennata edizione inglese di Boston, una versione tedesca in appendice al Das Elend der Philosophie dello stesso Marx (Stuttgart, Dietz, 1892) e una traduzione russa di Giorgio Plekanow. In questa riedizione in opuscolo abbiamo curato una pi scrupolosa fedelt della traduzione, la quale nella Critica sociale era riuscita in qualche punto troppo succinta, cos da somigliare a un riassunto. (Nota della CRITICA).
(2) KARL MARX, Le Capital. Chap. XXXI: ediz. francese, Paris Lachtre, pag. 338. - Ediz. italiana, Torino, Unione Tipografico-editrice, pag. 661.
(3) Annual Report or the Secretary of the Treasury, etc., for the year 1887. - Washington, 1887, pag. 18 e 19.
(4) Nel testo cents. Il cent  un centesimo di dollaro, pari a 5 centesimi di lira italiana. (Nota della CRITICA)
(5) Commercio generale di esportazione ed importazione nel 1874 in milioni di dollari: Gran Bretagna 3300; Germania 2325; Francia 1665; Stati Uniti 1245 milioni di dollari. (KOLB, Statistik, 7. ediz., Lipsia, 1875, pag. 790).
(6) Il penny (plurale pence)  un dodicesimo di scellino. Lo scellino equivale a circa un franco e 25 cent. (Nota della CRITICA).
(7) Tutte queste considerazioni sono svolte assai pi ampiamente in un altro opuscolo dello stesso Marx: Capitale e salario, che fa parte della nostra Biblioteca di propaganda. (Nota della CRITICA).
(8) L'autore si riferiva alla Germania del 1847, quando la borghesia tedesca aveva appena conquistato la propria indipendenza come classe. Lo stesso concetto sarebbe applicabile all'Italia odierna? (Nota della CRITICA SOCIALE).
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FINE.